Posted on: Dicembre 23, 2025 Posted by: Redazione Comments: 0

Ci sono designer che parlano di moda. E poi ci sono visioni che la attraversano. Per Barbara Maselli la moda non è mai stata un perimetro da rispettare, né un sistema da assecondare. È un territorio aperto, un universo in continua espansione dove la ricerca diventa gesto e il gesto si fa linguaggio. Un luogo in cui materiali e forme non si limitano a incontrarsi, ma generano frizioni, deviazioni, alchimie inattese. Nasce così S3nzaS3nso, non come marchio ma come codice: una dichiarazione di intenti che rifiuta l’ordine precostituito per abbracciare l’intuizione. La lettera che si trasforma in numero non è un vezzo grafico, ma un segno simbolico, quasi iniziatico. Perché nel nonsenso — quello vero, fertile, irregolare — spesso si nasconde la direzione più autentica.
In questo spazio creativo l’errore non è una mancanza, ma una soglia. Il dettaglio fuori regola diventa scintilla, l’urto imprevisto accende la luce. La moda, qui, non omologa: rivela. Rivela ciò che siamo, ciò che intuiamo, ciò che ancora non sappiamo di poter essere.
Abbiamo incontrato Barbara Maselli per parlare di identità, materia, deviazione e possibilità. Di una moda che non veste ruoli, ma apre mondi.

Barbara Maselli


La moda come rivelazione, non come confine
Nel tuo racconto la moda non è mai una gabbia, ma un universo in continua espansione, capace di rivelare ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. Quando hai compreso che il tuo lavoro non sarebbe stato “vestire”, ma svelare?

Ho capito che il mio lavoro non sarebbe stato semplicemente “vestire” nel momento in cui mi sono resa conto che ciò che cercavo nella moda non era l’abito in sé, ma ciò che l’abito è in grado di liberare.
Per me la moda non è mai stata una gabbia estetica, ma uno spazio aperto, capace di rivelare chi siamo e chi potremmo diventare, se ci concediamo la libertà di ascoltarci davvero.
Tutto è iniziato in modo molto semplice: disegni da stampare su t-shirt. Eppure già lì sentivo che non bastava scegliere una bella maglia. Avevo bisogno di una materia coerente con il mio pensiero. Da qui la ricerca di t-shirt in cotone organico certificato: non solo più belle, ma più consapevoli, più vere.
È stato in quel momento che ho intuito che la mia strada non era creare “capi”, ma aprire possibilità. Svelare identità, emozioni, intuizioni. Offrire a chi indossa un mio pezzo non un ruolo, ma uno spazio. Da allora la moda, per me, è diventata un atto di rivelazione: un dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che possiamo ancora scoprire.
S3nzaS3nso: il significato del codice
La trasformazione della lettera in numero non è un esercizio estetico, ma un simbolo preciso, quasi un linguaggio segreto. Che cosa rappresenta davvero quel “3” e in che modo il nonsenso diventa, per te, una forma di verità?

Il tre è il mio numero preferito, l’ho sempre percepito come un numero magico. Rappresenta completezza, sintesi, equilibrio: è il primo numero che possiede un inizio, un mezzo e una fine. Non a caso Pitagora lo considerava perfetto, misura dell’armonia.
Quando ho trasformato la “E” in “3” in S3nzaS3nso, non stavo giocando con le forme. Stavo dichiarando un modo di vedere il mondo. Per me il nonsenso è uno spazio fertile, il luogo in cui le regole smettono di stringere e la creatività può finalmente respirare. È lì che nasce l’intuizione, l’urto, la frattura che ti costringe a guardare oltre.
L’urto creativo e il dettaglio fuori regola
Parli di deviazione, di urto imprevisto, di dettagli che rompono l’equilibrio per accendere la luce. Quanto conta, nel tuo processo creativo, l’errore come atto generativo e come lo trasformi in identità?

Per me nulla è davvero casuale. Nemmeno l’urto. E non sempre arriva come una rivelazione drammatica: spesso si presenta in modo molto più umile, persino un po’ ironico.
Può essere una minuscola fibra di lana che decide di cadere esattamente dove non avevo previsto, sabotando per un attimo l’idea iniziale. Ed è lì che succede la magia.
È come se la materia, con il suo carattere ribelle, mi dicesse: “Lascia fare, seguimi”. In quel gesto così semplice c’è tutta la filosofia di S3nzaS3nso: accogliere ciò che non avevo programmato, dare spazio all’imprevisto, trasformare il nonsenso in possibilità.
Sono convinta che la verità creativa non arrivi quando la cerchi con metodo, ma quando ti inciampa addosso. Spesso sotto forma di una fibra ribelle
Moda come laboratorio di percezione
Definisci S3nzaS3nso un laboratorio, una fucina di intuizioni dove le idee non si seguono ma si rincorrono. Che tipo di esperienza vuoi che viva chi entra in questo universo? E quale possibile speri di illuminare attraverso la tua moda?

Il mio laboratorio è prima di tutto uno spazio mentale. Un piccolo universo in cui le idee non procedono in fila indiana, ordinate e prevedibili, ma si rincorrono, si superano, inciampano l’una nell’altra. Ed è proprio lì che nasce qualcosa di nuovo.
Chi entra in questo universo non deve aspettarsi un percorso lineare, ma un’esperienza sensoriale. Voglio che tocchi le fibre, che ascolti i materiali, che percepisca il processo creativo come un’energia viva, capricciosa. Qui la materia parla, e spesso dice cose che nemmeno io avevo previsto.
Spero che chi attraversa questo spazio possa scorgere una possibilità diversa: una moda che non impone, ma rivela; che non omologa, ma apre; che non veste un ruolo, ma illumina un potenziale.
Se esiste una missione nella mia moda, è forse questa: ricordare che dentro ogni “nonsenso” può nascondersi un’intuizione, e dentro ogni intuizione, un frammento di verità.

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